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Referendum giustizia, Meloni lancia l’ultimatum: “Se vince il no, il prezzo lo pagheranno gli italiani”

Mar 19, 2026 #politica

ROMA – È un messaggio netto, senza ambiguità, quello che la presidente del Consiglio Giorgia Meloni affida al Tg1 delle 20: il referendum sulla giustizia non è solo una consultazione popolare, ma uno snodo decisivo per il futuro istituzionale del Paese. Un passaggio che la premier trasforma in una vera e propria chiamata alle urne, con toni che suonano come un aut-aut: o la riforma passa, o l’Italia rischia di perdere un’occasione storica.

Nel pieno di una fase segnata anche dall’emergenza economica legata al caro carburanti – con il Consiglio dei ministri impegnato a ridurre le accise per attenuare l’impatto della guerra sui prezzi – Meloni sposta il baricentro del dibattito politico sul referendum di domenica e lunedì. E lo fa con una linea precisa: nessun timore per la stabilità dell’esecutivo, ma massima preoccupazione per le conseguenze di un eventuale stop alla riforma.

“La nostra maggioranza è solida”, ribadisce, sgombrando il campo da qualsiasi lettura politica dell’esito referendario. Il governo, assicura, non è in discussione. A esserlo, semmai, è la capacità del sistema Italia di riformarsi. “Non temo contraccolpi per l’esecutivo – sottolinea – ma se la riforma non passa saranno gli italiani a pagarne il prezzo”.

Parole pesanti, che trasformano il voto in un banco di prova non per Palazzo Chigi, ma per l’intero impianto della giustizia italiana. Una riforma, insiste Meloni, attesa da decenni e mai portata a compimento. “È fondamentale per modernizzare questa nazione – spiega – perché se non riusciamo a cambiare ciò che non funziona, non cresceremo mai”.

Nel merito, il progetto delineato dal governo punta a tre pilastri: la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, una riforma del Consiglio superiore della magistratura per ridurre le interferenze politiche e l’introduzione di un’Alta Corte disciplinare per rafforzare la responsabilità dei magistrati. Un impianto che la premier definisce “di buon senso”, fondato su efficienza, meritocrazia e responsabilità.

Ma è sul piano politico che l’intervento assume i contorni più incisivi. Meloni rivendica una maggioranza compatta e, al contrario, evidenzia le crepe nel fronte del no: “L’opposizione non è unita”, osserva, sottolineando come esponenti autorevoli della sinistra abbiano scelto di sostenere il sì.

Non solo. La premier punta il dito anche contro quella che definisce una campagna “poco centrata sul merito” e segnata da “notizie false” diffuse per orientare il voto contrario. Una denuncia che aggiunge ulteriore tensione a un confronto già acceso.

E poi l’avvertimento finale, il più netto: “Se non riuscissimo ora a fare una riforma del genere, non avremmo altre occasioni”. Una frase che pesa come un monito e che consegna agli elettori la responsabilità di una scelta che, nelle parole della presidente del Consiglio, va ben oltre il perimetro del referendum.

Il conto, lascia intendere Meloni, non sarà politico. Sarà, semmai, pagato dal Paese.