Condividi Nel suo ultimo intervento dal titolo provocatorio “Il trionfo del cretino”, Marco Travaglio torna a fare ciò che da anni rappresenta il marchio di fabbrica del suo giornalismo: usare l’ironia corrosiva e la polemica frontale per denunciare le contraddizioni della politica e del dibattito culturale italiano. Il bersaglio questa volta è la polemica sulla Biennale di Venezia, in particolare sulla scelta del presidente Pietrangelo Buttafuoco di non escludere artisti russi dalle manifestazioni culturali. Una decisione che, secondo Travaglio, metterebbe a nudo l’ipocrisia di una parte dell’Europa e della politica italiana: pronti a brandire il principio della libertà artistica quando conviene, ma altrettanto pronti a piegarlo quando entra in gioco la geopolitica. L’argomento dell’editorialista è chiaro. Se la cultura deve restare uno spazio di dialogo tra popoli anche in tempi di guerra, allora non può essere trasformata in uno strumento di sanzione politica. Ma se invece diventa terreno di battaglia ideologica, allora – sostiene Travaglio – si rischia di scivolare nella censura culturale. Il punto, però, non è soltanto questo. Perché il titolo dell’articolo – volutamente brutale – racconta molto anche del clima in cui si muove oggi il confronto pubblico. Un clima in cui la complessità viene spesso sostituita dall’etichetta, la discussione dal sarcasmo, l’argomentazione dalla delegittimazione dell’avversario. È la stessa dinamica che domina ormai il dibattito politico occidentale: chi non è con me è un cretino, un servo, un propagandista o un nemico della libertà. Il paradosso è che proprio mentre si rivendica la libertà della cultura, il linguaggio pubblico sembra restringersi sempre di più. Le sfumature spariscono. Restano solo le tifoserie. Da una parte chi ritiene che isolare la cultura russa sia una risposta morale alla guerra in Ucraina. Dall’altra chi considera questa scelta una forma di russofobia che colpisce artisti e intellettuali estranei alle decisioni del Cremlino. In mezzo dovrebbe esserci lo spazio del confronto. Ma è proprio quello spazio che sembra essersi ridotto. Il rischio, in fondo, non è tanto il “trionfo del cretino” evocato da Travaglio. Il vero rischio è il trionfo della semplificazione. Perché quando il dibattito pubblico si riduce a una gara di sarcasmo, nessuno vince davvero. Perdono la politica, perde la cultura e, soprattutto, perde la possibilità stessa di capire il mondo che cambia. E in un’epoca segnata da guerre, crisi economiche e tensioni globali, capire – prima ancora che giudicare – dovrebbe essere la prima responsabilità di chi scrive e di chi governa. Navigazione articoli Reggio Calabria, la Lega scende in piazza per il Sì al referendum sulla giustizia: “L’Italia è in ritardo rispetto all’Europa”Referendum sulla giustizia, scontro Schlein–Meloni: “Gli italiani non sono stupidi”