• 20 Settembre 2026 19:48

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Garlasco, la Procura punta sull’«overkilling» di Chiara: l’impronta 33 torna al centro dell’inchiesta

Set 20, 2026 #cronaca

Nella nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi prende peso la ricostruzione degli ultimi colpi inferti alla vittima, quando non sarebbe stata più in grado di reagire in maniera coordinata. Sullo sfondo riemerge uno dei reperti più controversi della villetta di via Pascoli: la traccia palmare numero 33, che la Procura attribuisce ad Andrea Sempio e sulla quale nuove analisi della difesa di Alberto Stasi riaprono la discussione sulla possibile presenza di sangue. Due piani diversi, medico-legale e scientifico, che potrebbero diventare centrali se l’inchiesta approderà a un nuovo processo.

A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, la nuova inchiesta di Garlasco torna a concentrarsi sui minuti dell’aggressione e su pochi centimetri della villetta di via Pascoli. La Procura di Pavia lavora sulla posizione di Andrea Sempio, indagato per l’omicidio della ventiseienne, e nella ricostruzione accusatoria emerge un termine destinato ad assumere un peso particolare: «overkilling», vale a dire un livello di violenza che sarebbe andato oltre quello necessario a provocare la morte della vittima.

È uno degli aspetti che il procuratore aggiunto Andrea Civardi avrebbe illustrato direttamente a Sempio nel maggio scorso, durante l’interrogatorio nel quale il 38enne scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere. Il magistrato gli avrebbe descritto la dinamica dell’aggressione e la violenza esercitata su Chiara, mentre l’indagato ascoltava continuando a masticare una caramella o una gomma.

Un comportamento che, isolato dal contesto, può apparire sorprendente davanti alla descrizione di un delitto tanto violento, ma al quale sarebbe improprio attribuire automaticamente un significato investigativo. La genetista Marina Baldi, che ha avuto modo di conoscere Sempio, ne ha offerto infatti una lettura differente, descrivendolo non come indifferente ma come estremamente teso. C’è poi un altro elemento da considerare: negli ultimi mesi il 38enne ha ascoltato più volte la ricostruzione delle lesioni subite da Chiara e continua a proclamarsi estraneo all’omicidio.

L’«overkilling» e gli ultimi colpi inferti a Chiara

Più rilevante sul piano investigativo e processuale è invece il significato della parola scelta dall’accusa. In medicina legale e criminologia si parla di overkilling quando la violenza esercitata sulla vittima eccede quella necessaria a determinarne la morte, attraverso una prosecuzione dell’azione aggressiva che può assumere un significato specifico nella ricostruzione della dinamica.

Nel caso di Garlasco, l’attenzione si concentra soprattutto sulla fase finale dell’aggressione. Secondo quanto spiegato dal medico legale Fortunato, le valutazioni di Cristina Cattaneo individuerebbero quattro o cinque colpi inferti quando Chiara aveva ormai perso la capacità di reagire in maniera coordinata.

È proprio questa sequenza a interessare gli investigatori: non soltanto quanti colpi siano stati sferrati, ma in quale momento, con quale successione e soprattutto in quali condizioni si trovasse la vittima quando furono inferti gli ultimi.

L’avvocato Fabrizio Gallo legge il ricorso al termine «overkilling» anche sotto un profilo strettamente giuridico. Qualora la Procura mantenesse questa impostazione fino a un eventuale processo, la ricostruzione potrebbe entrare nella discussione sull’aggravante della crudeltà, che richiede comunque una valutazione giuridica e probatoria ben più articolata della semplice quantità dei colpi.

L’impronta 33 torna al centro del caso Garlasco

Mentre gli inquirenti ricostruiscono la dinamica dell’aggressione, sulla scena torna uno dei reperti più discussi dell’intera vicenda: l’impronta palmare numero 33, individuata sulla parete della scala che conduce al seminterrato della villetta.

La Procura di Pavia ritiene oggi quella traccia riconducibile ad Andrea Sempio. Un’attribuzione contestata dalla difesa dell’indagato e destinata, proprio per questo, a essere uno dei terreni di confronto tecnico più delicati dell’inchiesta.

A riaccendere ulteriormente la discussione è Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Alberto Stasi, l’ex fidanzato di Chiara condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio. Ghizzoni riferisce di avere sottoposto l’immagine dell’impronta a differenti metodi di analisi dello spettro del colore, incrociandone successivamente i risultati.

Secondo il consulente, alcune porzioni della traccia presenterebbero una risposta cromatica analoga a quella degli schizzi di sangue individuati sulla parete sottostante. Un risultato che, nella sua interpretazione, sarebbe compatibile con la presenza di residui ematici in alcune zone dell’impronta.

È un passaggio potenzialmente importante, ma sul quale il confronto scientifico resta aperto. Ghizzoni richiama anche la diversa reazione della ninidrina, il reagente utilizzato per evidenziare le impronte: in presenza di sangue, sostiene, la colorazione assumerebbe caratteristiche differenti rispetto alla reazione prodotta da sudore o sostanze grasse della pelle.

Quella traccia aveva insospettito gli investigatori già nel 2007

Non tutti condividono però questa interpretazione. Marina Baldi ha invitato alla prudenza, ricordando le condizioni della traccia e la presenza sulla parete di numerosi altri segni. La stessa natura dell’alone e la possibilità di ricavarne conclusioni sulla presenza di sangue rimangono quindi oggetto di confronto tra consulenti.

Ghizzoni insiste invece sulle peculiarità della numero 33 rispetto alle altre tracce presenti nella zona delle scale. Alcune sarebbero compatibili con contatti fugaci o strisciati, come quelli prodotti da una persona che sale o scende appoggiandosi momentaneamente alla parete; la 33, secondo il consulente, presenterebbe caratteristiche differenti.

E c’è un particolare che riporta direttamente alle prime ore dell’indagine del 2007. Quella zona della parete aveva attirato l’attenzione degli investigatori già allora. L’allora pubblico ministero Rosa Muscio chiese ad Alberto Stasi se, entrando nella villetta, si fosse appoggiato proprio in quel punto.

Un interrogativo che, letto a distanza di quasi vent’anni, mostra come la posizione della traccia fosse stata considerata meritevole di attenzione fin dall’inizio, anche se all’epoca non portò all’identificazione di un responsabile.

Perché la natura dell’impronta può cambiare il suo peso investigativo

È qui che la vecchia impronta potrebbe assumere oggi un significato differente. Una cosa è stabilire che una persona abbia lasciato in un momento non determinato una traccia palmare all’interno di una casa che aveva frequentato; altra cosa sarebbe dimostrare che quella stessa impronta conteneva sangue riconducibile alla scena del delitto.

Sono passaggi scientificamente distinti e ciascuno richiede verifiche autonome. Perché la numero 33 possa acquistare un peso probatorio maggiore occorrerebbe consolidarne l’attribuzione, chiarire la natura della sostanza presente e stabilire, per quanto possibile, la relazione temporale della traccia con l’omicidio. Proprio su questi punti accusa e difese continuano a confrontarsi.

La Procura procede intanto nella ricostruzione dell’aggressione e valuta la sequenza dei colpi inferti a Chiara, mentre le nuove analisi dei reperti riportano ancora una volta l’indagine dentro la villetta.

Ed è forse questo l’aspetto più impressionante del nuovo capitolo di Garlasco: dopo quasi vent’anni, una delle vicende giudiziarie più controverse della cronaca italiana continua a ruotare attorno agli stessi pochi metri. Una parete, un’impronta, la scala che conduce al seminterrato e gli ultimi istanti della vita di Chiara Poggi. Luoghi e tracce già osservati nel 2007 che oggi, attraverso strumenti e interpretazioni differenti, vengono interrogati ancora una volta alla ricerca di risposte che il tempo non è riuscito a rendere definitive.