• 3 Settembre 2026 1:45

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Calabria, caporalato e schiavitù nei campi: 20 arresti nella Piana di Sibari. «40 euro per dieci ore di lavoro»

Set 3, 2026 #calabria, #cronaca

L’inchiesta della Dda di Catanzaro sullo sfruttamento dei braccianti: 18 cittadini pakistani, un bengalese e un indiano arrestati. Agli indagati vengono contestati, a vario titolo, anche estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e riduzione in schiavitù. Lavoratori ammassati in abitazioni fatiscenti e accompagnati ogni giorno nei campi

COSENZA – Quaranta euro in nero per dieci ore di lavoro. Da quella somma, secondo l’accusa, potevano essere sottratti altri cinque euro al giorno per il trasporto e 60 euro al mese per l’alloggio. Sullo sfondo, case fatiscenti nelle quali sarebbero state stipate anche venti persone, viaggi all’alba su auto, minivan e furgoni e la minaccia di perdere persino un tetto sopra la testa.

È il quadro che emerge dalla vasta inchiesta sul caporalato nella Piana di Sibari condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e culminata nell’arresto di 20 persone: 18 cittadini pakistani, un bengalese e un indiano.

Le accuse delineano un sistema che, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe trasformato la vulnerabilità dei lavoratori stranieri in uno strumento di sfruttamento. Gli arrestati sono indagati per associazione a delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro, oltre che, a vario titolo, per estorsione e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tra i reati contestati figura anche la riduzione in schiavitù.

Il sistema dei braccianti nella Piana di Sibari

Secondo quanto emerso dall’indagine, i lavoratori sarebbero stati costretti a vivere nei centri storici dei comuni della zona all’interno di immobili in condizioni precarie, privi anche di riscaldamento, luce e gas. In alcuni casi avrebbero convissuto fino a venti persone nello stesso alloggio.

Ogni mattina sarebbero stati caricati su automobili, furgoni e minivan per essere accompagnati nelle aziende agricole. Secondo l’accusa, alcune di queste sarebbero risultate intestate a prestanome riconducibili alle cosche mafiose.

Il meccanismo economico ricostruito dagli investigatori appare altrettanto pesante: 40 euro in nero per una giornata di dieci ore, con il denaro che sarebbe stato corrisposto direttamente ai caporali. Questi ultimi avrebbero poi trattenuto cinque euro al giorno per il trasporto e 60 euro mensili per l’alloggio.

I braccianti, dunque, secondo l’ipotesi accusatoria, non avrebbero avuto neppure il controllo pieno della propria paga. A tenere in piedi il sistema sarebbero state anche le intimidazioni: chi si opponeva avrebbe rischiato di essere cacciato dall’abitazione o di subire aggressioni fisiche.

L’ombra della tragedia dei quattro braccianti bruciati vivi

L’inchiesta riporta inevitabilmente alla tragedia avvenuta il 1° giugno 2026, quando quattro braccianti morirono bruciati vivi all’interno di un minivan.

Secondo la ricostruzione della Procura richiamata nell’ambito dell’indagine, i lavoratori stavano tornando a casa dopo una giornata nei campi ed erano trasportati dai caporali.

Quella tragedia aveva acceso i riflettori sulle condizioni nelle quali una parte della manodopera straniera viene impiegata nell’agricoltura della Piana di Sibari. L’operazione di queste ore consegna adesso agli inquirenti un quadro molto più ampio: non singoli episodi di lavoro nero, ma l’ipotesi di un sistema organizzato di reclutamento, trasporto, alloggio, controllo delle retribuzioni e sfruttamento dei lavoratori.

Un’indagine che, per la gravità delle contestazioni e per il possibile intreccio con gli interessi della criminalità organizzata, apre uno squarcio inquietante sulle campagne calabresi. E dietro i numeri dell’operazione restano soprattutto le condizioni dei braccianti: uomini che, secondo l’accusa, lavoravano dieci ore al giorno per pochi euro, vivevano ammassati in immobili degradati e rischiavano violenze o di perdere l’alloggio se provavano a sottrarsi al sistema.