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Vent’anni fa moriva Oriana Fallaci, la giornalista che non faceva sconti a nessuno

Set 15, 2026 #adnkronos, #ultimora

(Adnkronos) – Vent'anni dopo la sua morte, la giornalista e scrittrice Oriana Fallaci resta una presenza difficile da archiviare. Non soltanto per la notorietà raggiunta in vita, né per i milioni di copie vendute dai suoi libri. Resta perché la sua figura continua a chiamare in causa il giornalismo, il rapporto con il potere, il ruolo della scrittura e, soprattutto, il diritto di un giornalista di porre domande scomode. Fallaci morì il 15 settembre 2006, a Firenze, la città dove era nata il 29 giugno 1929. Aveva 77 anni ed era malata da tempo di un tumore. Negli ultimi giorni aveva voluto tornare nella sua città, dopo gli anni trascorsi prevalentemente negli Stati Uniti, nel suo appartamento di New York. Fu sepolta al cimitero degli Allori, accanto ai genitori. Sulla lapide, per sua volontà, una sola definizione: "Scrittore". Era stata molto altro. Reporter, inviata speciale, corrispondente di guerra, intervistatrice, autrice di romanzi e libri d'inchiesta. Ma forse nessuna definizione riesce a contenerla interamente. Fallaci aveva cominciato giovanissima a scrivere. Figlia di Edoardo Fallaci, artigiano e antifascista militante, durante la guerra partecipò alla Resistenza. A sedici anni iniziò la sua attività giornalistica e, dopo le prime esperienze nelle redazioni fiorentine e milanesi, arrivò a "L'Europeo", settimanale con cui avrebbe costruito una parte decisiva della propria reputazione. La sua specialità sarebbe diventata il reportage. Non quello del cronista che osserva da lontano, ma quello di chi vuole stare dentro gli avvenimenti. Dal Vietnam all'America Latina, dal Medio Oriente al conflitto indo-pakistano, Fallaci raccontò guerre e rivoluzioni con una scrittura personale, fisica, spesso drammatica. Nel 1967 iniziò la sua lunga esperienza vietnamita. Nel 1968 fu in Messico durante la protesta studentesca che precedette le Olimpiadi e venne gravemente ferita. Continuò comunque a lavorare. La guerra, per lei, non era soltanto uno scenario. Era un modo per interrogare gli uomini, le loro paure, il potere e le responsabilità di chi decide mentre altri combattono e muoiono. Da quelle esperienze nacquero alcuni dei suoi libri più importanti: "Niente e così sia", pubblicato nel 1969 e legato alla guerra del Vietnam, e i reportage dedicati agli Stati Uniti e alla conquista dello spazio, tra cui "Se il sole muore" e "Quel giorno sulla Luna".  La fama internazionale arrivò soprattutto con le interviste. Fallaci non aveva l'atteggiamento deferente che spesso accompagnava gli incontri con i grandi protagonisti della politica internazionale. Faceva domande dirette, insisteva, interrompeva, contestava. Cercava la contraddizione, il punto debole, la frase capace di rivelare qualcosa dell'uomo nascosto dietro il ruolo. Nel corso degli anni incontrò Henry Kissinger, lo scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi, Yasser Arafat, Muammar Gheddafi, Golda Meir, Indira Gandhi, re Hussein di Giordania, Ali Bhutto, Giulio Andreotti, Pietro Nenni, Giorgio Amendola, l'arcivescovo Makarios e il generale Giap, tra molti altri. Nel 1974 quelle conversazioni confluirono in "Intervista con la storia", uno dei libri che più di ogni altro ha definito la sua immagine pubblica. Le interviste diventavano così qualcosa di più di una conversazione giornalistica: erano duelli, spesso giocati sul terreno della psicologia prima ancora che su quello della politica. Fallaci voleva capire chi avesse davanti. E, soprattutto, voleva costringerlo a mostrarsi. Parallelamente al giornalismo, Fallaci costruì una consistente opera letteraria. Il primo libro, "I sette peccati di Hollywood", uscì nel 1956. Seguirono "Il sesso inutile" (1961), nato da un viaggio attraverso diversi Paesi per raccontare la condizione delle donne, e il primo romanzo, "Penelope alla guerra", del 1962. Poi arrivarono "Gli antipatici", "Se il sole muore", "Niente e così sia" e "Quel giorno sulla Luna". Ogni libro sembrava spostare un po' più avanti il confine tra cronaca e letteratura. Nel 1975 pubblicò "Lettera a un bambino mai nato", uno dei suoi maggiori successi. La voce di una donna che parla al figlio che porta in grembo diventa l'occasione per interrogarsi sulla maternità, sulla libertà, sulla responsabilità e sul significato stesso dell'esistenza. Quattro anni più tardi, nel 1979, uscì "Un uomo", il libro dedicato ad Alekos Panagulis, leader della resistenza greca contro la dittatura dei colonnelli e compagno di Fallaci. È insieme romanzo, testimonianza e ritratto di una relazione amorosa e politica che aveva segnato profondamente la sua vita. Nel 1990 arrivò "Insciallah", romanzo ambientato nel Libano della guerra civile e ispirato alla missione internazionale a Beirut del 1983. A quel punto Fallaci aveva già costruito una posizione difficilmente comparabile nel panorama italiano: era una giornalista capace di trasformare la cronaca in letteratura e una scrittrice capace di mantenere nella pagina la tensione del reportage.  Poi arrivò il silenzio. Per circa un decennio Fallaci si ritirò progressivamente dalla scena pubblica. Viveva a New York, città nella quale aveva trascorso gran parte della sua vita adulta, e lavorava a un grande romanzo dedicato alla propria famiglia e alle proprie origini fiorentine. Il progetto sarebbe rimasto incompiuto. A interrompere quel silenzio fu l'11 settembre 2001. Gli attentati alle Torri Gemelle di New York cambiarono il rapporto della Fallaci con la scrittura pubblica. Il 29 settembre il "Corriere della Sera" pubblicò la sua lunga lettera da New York, destinata a diventare "La rabbia e l'orgoglio". Fu una svolta radicale. Fallaci prese di mira il terrorismo islamista, il fondamentalismo religioso e quello che considerava il cedimento dell'Occidente. Ma attaccò anche la classe dirigente europea, la sua politica e ciò che giudicava una perdita di identità e di coraggio. Il successo fu enorme. Le polemiche, altrettanto. Da quel momento Fallaci divenne una figura ancora più divisiva di quanto fosse stata in precedenza. Le sue posizioni provocarono accuse di islamofobia, contestazioni e anche iniziative giudiziarie in Italia e all'estero. Lei, però, non arretrò. Nel 2004 pubblicò "La forza della ragione" e "Oriana Fallaci intervista sé stessa – L'Apocalisse", completando quella che può essere considerata la trilogia della sua ultima stagione. E' difficile oggi separare la Fallaci giornalista dalla Fallaci degli ultimi anni. Ma sarebbe altrettanto riduttivo leggere tutta la sua carriera soltanto attraverso le polemiche seguite all'11 settembre. La sua eredità è più contraddittoria e, proprio per questo, più interessante. C'è la reporter che attraversa le guerre e rischia la vita sul campo. C'è l'intervistatrice che mette in difficoltà i potenti. C'è la scrittrice che porta nella narrativa la propria esperienza personale. C'è la donna che difende con ostinazione la propria indipendenza. E c'è, infine, la Fallaci dell'ultima stagione, quella che sceglie deliberatamente il conflitto e affida alla pagina opinioni destinate a provocare reazioni fortissime. Il tratto che unisce tutte queste fasi è forse uno solo: il rifiuto della neutralità intesa come distanza emotiva. Fallaci non voleva scomparire dietro ciò che raccontava. Voleva esserci, con il proprio giudizio, le proprie paure, le proprie passioni e perfino i propri errori. E' anche per questo che, vent'anni dopo la sua morte, continua a essere discussa. La sua stagione professionale appartiene a un giornalismo che non esiste più nello stesso modo: quello delle grandi riviste internazionali, degli inviati che trascorrevano settimane o mesi sul campo, delle interviste ottenute dopo lunghe trattative e trasformate in eventi editoriali. Ma alcune delle sue domande sono ancora lì. E forse è questa la ragione più semplice per cui Oriana Fallaci non è diventata soltanto un nome della storia del giornalismo italiano. È rimasta un personaggio con cui, ancora oggi, il giornalismo e la cultura italiana sono costretti a fare i conti.  
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