Condividi PALERMO — Settantaseimila euro di danni materiali, più spese legali e interessi: il conto finale sfiora i 100mila euro e riapre una frattura politica che in Italia non si è mai davvero richiusa. Il Tribunale di Palermo ha condannato Ministero dell’Interno, Ministero dei Trasporti, Ministero dell’Economia e la Prefettura di Agrigento a risarcire l’ong Sea Watch per il fermo ritenuto illegittimo della nave Sea Watch 3, bloccata a Lampedusa tra luglio e dicembre 2019, nei mesi simbolo della stagione dei “porti chiusi” seguita al cosiddetto caso Rackete. La sentenza: danni patrimoniali sì, danno d’immagine no La decisione — motivata in una sentenza di più pagine — respinge le principali difese delle amministrazioni, che avevano provato a richiamare “la complessità della materia” per negare responsabilità e danno. I giudici, però, hanno riconosciuto a Sea Watch danni patrimoniali documentati (costi di porto, acqua, sicurezza, manutenzione e altre spese sostenute durante il blocco), mentre non hanno accolto la richiesta di risarcimento per danno d’immagine. Nero su bianco, la cifra indicata è 76.181,62 euro, a cui vanno aggiunti interessi e rivalutazione calcolati dalla data dell’illecito (indicata nell’autunno 2019) fino al saldo, oltre a 14.103 euro di spese legali. Traduzione: una somma che arriva a ridosso dei 100mila euro e può ancora crescere con il maturare degli interessi. Il nodo politico: dal “caso Rackete” allo scontro governo–toghe La vicenda affonda nel 2019, quando la Sea Watch 3 — dopo un soccorso in mare e giorni di attesa — entrò a Lampedusa. La comandante Carola Rackete venne fermata e la nave finì sotto sigilli: un episodio diventato, nel tempo, una bandiera contrapposta. La Cassazione, negli anni successivi, ha riconosciuto la cornice del dovere di soccorso e l’illegittimità dell’arresto di Rackete; oggi, sul piano civile-amministrativo, arriva la condanna al risarcimento per il fermo della nave. Ed è qui che la cronaca giudiziaria torna immediatamente politica: la pronuncia di Palermo viene letta da Sea Watch come la conferma che la “disobbedienza civile” fu tutela di diritti, mentre a Palazzo Chigi e nella maggioranza diventa l’ennesimo capitolo dello scontro frontale con la magistratura. Le reazioni: “sentenza ideologica”, “inaudita” Dopo ore di silenzio istituzionale, arrivano le parole più dure. Matteo Salvini, oggi leader della Lega e all’epoca ministro dell’Interno, definisce la decisione “inaudita”, legandola apertamente alla battaglia sulla giustizia. La premier Giorgia Meloni alza ulteriormente il tiro con un intervento video: per lei è una pronuncia “ideologica” e diventa argomento a favore della riforma sulla separazione tra politica e giustizia. Sul fronte opposto, il Pd parla di attacchi gravi alla magistratura, richiamando i richiami del Quirinale al rispetto tra poteri dello Stato e accusando il governo di usare sentenze e toghe “a corrente alternata” a seconda della convenienza politica. Perché questa sentenza pesa (anche oltre i 100mila euro) Il valore economico è limitato, ma l’impatto simbolico è enorme: perché mette un timbro giudiziario su un punto che in Italia torna ciclicamente — chi paga quando l’amministrazione sbaglia e chi risponde dei “muri di gomma” burocratici che, nel caso Sea Watch, avrebbero prolungato il blocco senza risposte formali alle contestazioni dell’ong. E soprattutto perché riporta in superficie una domanda che non si è mai spenta dal 2019: la gestione dei soccorsi in mare è materia di sicurezza, di diritto, o di propaganda? La sentenza di Palermo, almeno su quel fermo, risponde con gli strumenti dei tribunali. Il resto — come sempre — lo deciderà la politica. Navigazione articoli Il Mediterraneo restituisce corpi: l’orrore sulle spiagge di Calabria e SiciliaElly Schlein in Calabria: tra emergenza maltempo e questioni territoriali