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Primarie, il convitato di pietra: perché Giuseppe Conte e Elly Schlein temono davvero il voto aperto nel centrosinistra

Apr 6, 2026 #politica

Nel lessico della politica italiana, le primarie dovrebbero rappresentare il momento più alto della partecipazione democratica. Eppure, proprio dentro il perimetro del cosiddetto “campo largo”, stanno diventando il terreno più scivoloso. Non un’opportunità, ma un rischio calcolato. Non una festa, ma una variabile da neutralizzare.

Il punto è semplice: le primarie, oggi, mettono in discussione gli equilibri costruiti a tavolino.

Per Elly Schlein, le primarie rappresentano un’arma a doppio taglio. Da un lato, sono parte del DNA del Partito Democratico; dall’altro, rischiano di sfuggire al controllo della leadership. Il voto aperto può premiare candidati più radicati nei territori o più spendibili mediaticamente, ma non necessariamente allineati alla linea politica della segreteria.

Il precedente pesa: le primarie del passato hanno spesso prodotto leadership imprevedibili, ribaltando i rapporti di forza interni. In una fase in cui il Pd cerca compattezza dopo mesi di tensioni e assestamenti post-referendari, riaprire quella dinamica equivale a esporsi a una nuova resa dei conti.

Per Giuseppe Conte, il problema è ancora più strutturale. Il Movimento 5 Stelle non ha mai fatto delle primarie di coalizione il proprio strumento identitario. Anzi, storicamente ha costruito consenso su una logica alternativa ai partiti tradizionali.

Accettare primarie di coalizione significherebbe legittimare una leadership condivisa, riducendo l’autonomia del Movimento 5 Stelle. Significherebbe esporsi al rischio di essere minoranza dentro il campo largo. Significherebbe consegnare la scelta del candidato anche a elettorati non perfettamente sovrapponibili.

In altre parole, Conte rischierebbe di perdere il controllo della narrazione politica, proprio nel momento in cui il Movimento prova a recuperare centralità dopo il referendum.

Il timore più grande, però, è uno solo: che le primarie facciano emergere le fratture invece di ricomporle.

Nel centrosinistra convivono almeno tre anime: quella riformista e amministrativa, quella progressista più identitaria e quella populista e antisistema.

Le primarie rischiano di trasformarsi in una conta interna tra queste visioni, con un esito potenzialmente divisivo. E in politica, soprattutto a ridosso di appuntamenti elettorali, la divisione si paga sempre.

Il paradosso è evidente: lo strumento più democratico diventa quello più temuto.

Perché oggi, più della partecipazione, conta la stabilità. Più della legittimazione popolare, pesa la tenuta degli equilibri. Più della competizione, si cerca la sintesi preventiva.

E così le primarie, da promessa di apertura, si trasformano nel vero banco di prova della credibilità del campo largo.

Se si faranno, diranno chi comanda davvero.

Se non si faranno, diranno ancora di più.