• 22 Aprile 2026 21:28

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Conti pubblici, l’Italia resta sotto procedura Ue: deficit al 3,1%, tensione tra governo e opposizioni

Apr 22, 2026 #news, #politica

L’Italia resta incagliata nei vincoli europei. Il verdetto è nei numeri, più che nelle parole: deficit al 3,1% nel 2025, sopra quella soglia del 3% che rappresenta la linea rossa fissata da Bruxelles. Un decimale che pesa come un macigno politico ed economico e che, salvo sorprese, terrà il Paese dentro la procedura per deficit eccessivo almeno per un altro anno.

Il dato certificato da Eurostat e Istat smonta le aspettative del governo, che puntava a centrare l’obiettivo già nel 2025 per liberare margini di manovra. La decisione formale spetterà alla Commissione europea a inizio giugno, ma la traiettoria appare ormai segnata: niente uscita anticipata, niente spazi aggiuntivi per politiche espansive.

La reazione del governo: tra rabbia e realismo

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non nasconde l’irritazione. Punta il dito contro il Superbonus, definito “sciagurato”, e rilancia una critica ormai ricorrente: le stime iniziali del Pil sottovalutate che, una volta riviste al rialzo, finiscono per alterare la percezione reale dei conti pubblici. “Una beffa”, la sintesi politica.

Più fredda, quasi chirurgica, la posizione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il Documento di finanza pubblica nasce sotto il segno del “realismo”: crescita rivista al ribasso (Pil allo 0,6% nel 2026 e 2027), debito in salita oltre il 138% e un percorso di rientro graduale che sposta il ritorno sotto il 3% al 2026, con un 2,9% previsto.

Giorgetti non si sottrae al linguaggio diretto: “Rigore è quando l’arbitro fischia”. Tradotto: le regole europee non si discutono, si applicano. Anche quando il contesto – segnato da tensioni geopolitiche e guerra – cambia radicalmente le condizioni di partenza.

Il nodo politico: manovra e spesa pubblica

Restare nella procedura Ue significa una cosa sola: margini stretti. L’uscita anticipata avrebbe consentito al governo di costruire una manovra più ampia, soprattutto in vista dell’ultimo passaggio di bilancio della legislatura. Così non sarà.

Sul tavolo restano scelte difficili. Il ministro non esclude uno scostamento di bilancio, ma fissa una priorità netta: contenere il costo dell’energia, che continua a trasmettere pressione lungo tutta la filiera, dall’autotrasporto fino ai prezzi al consumo.

Accanto a questo, emerge il tema della spesa per la difesa, per la quale si ipotizza una deroga europea. Una partita che si gioca su un equilibrio delicato tra vincoli comunitari e nuove esigenze strategiche.

L’attacco delle opposizioni

Le opposizioni parlano apertamente di fallimento. Il Partito Democratico evoca un “flop economico”, mentre il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte attacca: “Avevano puntato tutto sul 3% e hanno fallito”. Dalla sinistra arriva anche la richiesta di rivedere le priorità di spesa, in particolare sul fronte militare.

Lo scenario: crescita fragile e rischio recessione

Il quadro che emerge dal Dfp è quello di un’economia fragile, esposta a shock esterni. La crescita rallenta, il debito resta elevato e l’incertezza geopolitica pesa come una variabile fuori controllo.

Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, lancia un allarme chiaro: se il conflitto in Iran dovesse protrarsi fino alla fine dell’anno, la recessione diventerebbe uno scenario quasi inevitabile.

La linea di confine

In questo contesto, il dato del 3,1% non è solo una cifra. È la fotografia di un Paese sospeso tra vincoli europei e necessità interne, tra disciplina di bilancio e pressione sociale.

La vera partita, ora, non è più centrare un numero. È decidere come gestire un equilibrio sempre più instabile, dove ogni decimale può tradursi in miliardi, e ogni scelta in consenso o perdita di credibilità.