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Cinquant’anni di J&J in Italia, studio: “Più prevedibilità su payback per sostenere investimenti innovazione”

Nov 3, 2026 #adnkronos, #ultimora

(Adnkronos) – In occasione dei 50 anni di Johnson & Johnson in Italia, è stato presentato oggi un nuovo studio della Fondazione Cerm – Competitività, regole, mercati, che analizza l’impatto del meccanismo del payback farmaceutico sulla sostenibilità economica delle imprese, sulla loro capacità di investimento e sulla competitività del settore. Nato come misura straordinaria, nel corso degli anni il payback ha assunto un peso sempre più rilevante, con effetti sulla prevedibilità e sulla capacità delle imprese di programmare e sostenere investimenti di lungo periodo, fondamentali per la crescita e la competitività del Paese. Il tema è stato al centro dell’evento '50 anni di futuro: Italian Health&Care Forum – L’Italia che innova, l’Italia che produce, l’Italia che cura', promosso da Johnson & Johnson presso lo stabilimento di Latina. Il Forum – informa una nota – ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della comunità scientifica, del mondo della salute e delle associazioni dei pazienti per un confronto sulle condizioni necessarie affinché l’Italia continui a essere competitiva e attrattiva per ricerca, produzione e innovazione, assicurando allo stesso tempo ai pazienti un accesso tempestivo ed equo alle terapie innovative. A testimonianza della centralità di queste sfide nell’agenda del Paese, l’evento ha visto una partecipazione istituzionale di alto profilo, a partire dal messaggio del presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni. Sono intervenuti, poi, Orazio Schillaci, ministro della Salute; Valentino Valentini, viceministro delle Imprese e del Made in Italy; e i sottosegretari Marcello Gemmato e Claudio Durigon. Al confronto ha inoltre preso parte il presidente della Commissione Finanze del Senato Massimo Garavaglia, insieme ad altri rappresentanti delle istituzioni nazionali e territoriali.  Lo studio Cerm – si legge – analizza come il peso crescente del payback incida su una delle condizioni fondamentali per sostenere l'innovazione: la capacità delle imprese di investire in ricerca, sviluppo e produzione di nuove terapie. Un effetto destinato ad accentuarsi, se non affrontato. Per misurarne la portata, il Cerm ricorre all’Effective tax rate (Etr), un indicatore che esprime l’incidenza complessiva degli oneri sostenuti dalle imprese rispetto alla loro redditività. Al calcolo, oltre alla fiscalità ordinaria, viene aggiunto anche il contributo richiesto attraverso il meccanismo del payback sugli acquisti diretti. Nel campione considerato, l’Etr passa dal 25,6% al 61,2% quando si considera il payback sugli acquisti diretti. L’impatto risulta ancora più rilevante per le piccole e medie imprese (Pmi), per le quali l’indicatore raggiunge valori compresi tra l’82,1% e l’86,8%.   Nel dettaglio, nel 2024, il payback sulla spesa farmaceutica per acquisti diretti, ossia il ripiano posto a carico delle aziende farmaceutiche in caso di superamento del tetto di spesa, è stato pari a circa 2 miliardi di euro. In questo contesto, la Fondazione Cerm – riferisce la nota – stima che, per riportare la redditività delle imprese almeno al costo del capitale, sarebbe necessaria una riduzione significativa dell’attuale onere del payback. Considerando il diverso peso di piccole, medie e grandi imprese, sul campione analizzato la riduzione ponderata necessaria è pari al 72,5%. Applicando la stima ai dati complessivi del 2024, la riduzione sarebbe pari a circa 1,28 miliardi di euro: il payback residuo scenderebbe così a circa 720 milioni di euro, con un’incidenza sul mercato rilevante ai fini del ripiano che passerebbe dal 15,9% a circa il 5,8%.  Un intervento di questo tipo non avrebbe soltanto l’effetto di ridurre il peso economico sulle imprese, ma contribuirebbe anche a restituire prevedibilità, consentendo alle aziende di pianificare con maggiore efficacia gli investimenti futuri. Il valore individuato non va letto come una proposta di riduzione automatica della spesa, ma come un riferimento utile a ripensare il meccanismo secondo criteri che, accanto al controllo della spesa, tengano conto anche della capacità del settore di investire, innovare e competere nel lungo periodo. In questa prospettiva, lo studio Cerm individua due possibili orizzonti di intervento: nel breve-medio periodo, un riequilibrio dell'attuale onere del payback; nel lungo periodo, una revisione più ampia della governance farmaceutica, capace di tenere insieme la sostenibilità del sistema sanitario e la capacità delle imprese di continuare a investire. "Lo studio Cerm mostra che il payback farmaceutico, nato come strumento di contenimento della spesa, ha assunto nel tempo un ruolo strutturale, con effetti distorsivi – ha detto Fabio Pammolli, professore al Politecnico di Milano -. Sulla base dei dati 2024, lo studio stima in circa 1,28 miliardi di euro la possibile riduzione dell’onere del payback che pesa sulla redditività industriale, con un impatto più pronunciato sulle imprese di piccola dimensione. La sostenibilità del sistema si misura nella capacità di controllare la spesa preservando le condizioni per investire e innovare. Per tenere insieme queste esigenze servirà affidarsi in misura crescente a valutazioni d’impatto integrate, alla gestione della spesa lungo le diverse fasi del ciclo di vita dei prodotti, a incentivi per gli investimenti e alla responsabilizzazione delle Regioni. È così che la governance della spesa farmaceutica può evolvere verso maggiore prevedibilità e competitività".   Guardando al più ampio contributo che il comparto farmaceutico genera per il Paese, nel 2025 – dettaglia la nota – l’industria farmaceutica in Italia ha registrato 74 miliardi di euro di valore della produzione e 69 miliardi di euro di export. Un comparto che impiega 72.000 addetti diretti, che salgono a 316.000 considerando indotto e filiera. Numeri che confermano il ruolo della farmaceutica non soltanto nella tutela della salute, ma anche come settore strategico per la crescita, la competitività e lo sviluppo economico dell’Italia. In particolare, nei suoi cinquant’anni di presenza nel Paese, Johnson & Johnson ha contribuito a introdurre innovazioni che hanno migliorato la qualità e l’aspettativa di vita dei pazienti in aree caratterizzate da importanti bisogni di salute ancora insoddisfatti, tra cui l’oncologia, l’immunologia e le neuroscienze. "Cinquant’anni rappresentano un traguardo significativo e raccontano una storia di investimenti, ricerca e collaborazione con il sistema sanitario, il mondo scientifico e le comunità locali. Una storia che testimonia come la capacità di guardare al futuro possa tradursi in valore concreto per l’Italia e in nuove opportunità di cura per i cittadini”, ha sottolineato il presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni. "Celebrare questo anniversario significa riconoscere il valore di una realtà che dal territorio contribuisce alla salute delle persone e porta valore alla nostra Nazione. Alle imprese spetta investire, fare ricerca e innovare. Alle istituzioni garantire regole chiare, tempi certi e stabilità. Pubblico e privato devono lavorare insieme con un obiettivo comune: assicurare a tutti i cittadini un accesso equo alle cure e costruire un futuro di innovazione, crescita e salute. Per questo, questo anniversario non rappresenta un punto di arrivo, ma un nuovo punto di partenza: le grandi storie si costruiscono anche attraverso le pagine che devono ancora essere scritte. La salute non può essere considerata una voce di spesa: è uno degli investimenti più lungimiranti che un Paese possa fare", ha commentato Schillaci. "Vogliamo creare un quadro normativo certo e favorevole agli investimenti, premiando le imprese che scelgono l’Italia e accelerando l’accesso dei cittadini ai farmaci innovativi. È una direzione già tracciata dalla Legge di Bilancio e che troverà ulteriore sviluppo nel Testo Unico della legislazione farmaceutica, nell’interesse delle imprese, del Servizio sanitario nazionale e soprattutto dei cittadini", ha dichiarato Gemmato.  "Le Life sciences rappresentano per l’Italia molto più di un settore industriale: sono un patrimonio strategico che unisce salute, ricerca, produzione, competenze e crescita economica – ha commentato Jacopo Murzi, amministratore delegato di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia -. In uno scenario globale in cui la competizione per attrarre investimenti e innovazione è sempre più intensa, è fondamentale creare le condizioni perché le imprese possano programmare e investire nel lungo periodo e, allo stesso tempo, il Servizio Sanitario Nazionale possa favorire un accesso sempre più rapido ai progressi della medicina. Cinquant’anni di presenza in Italia rappresentano per Johnson & Johnson un traguardo straordinario, ma soprattutto un punto da cui guardare avanti. Grazie a una presenza radicata nel Paese, vogliamo continuare a essere un partner del sistema salute e a lavorare, attraverso il dialogo con tutti gli stakeholder, per costruire i prossimi cinquant’anni di progresso a beneficio dei pazienti e della competitività del Paese".  Il Forum – sottolineano dall'azienda – è stato anche l’occasione per raccontare l’impegno di Johnson & Johnson per la crescita economica, industriale e sociale dell’Italia, lungo una catena del valore che comprende ricerca, produzione, sviluppo delle competenze, occupazione qualificata e ricadute sull’intero tessuto economico nazionale. In cinquant’anni di presenza nel Paese, "Johnson & Johnson ha costruito un ruolo rilevante nell’ecosistema economico e sanitario. Attraverso terapie e tecnologie innovative, l’azienda ha reso possibili importanti progressi nel trattamento di diverse patologie, migliorando gli esiti terapeutici e la vita dei pazienti. Oggi Johnson & Johnson è tra le principali aziende dell'innovazione in salute in Italia e continua a investire in un modello che tiene insieme ricerca, produzione e accesso all'innovazione, a sostegno dell'attrattività del Paese".  Un ruolo "che trova riscontro anche nella presenza sul territorio: oggi Johnson & Johnson Innovative Medicine conta in Italia 1.500 collaboratori, tra la sede di Milano e lo stabilimento produttivo di Latina. In questo quadro, la ricerca rappresenta uno degli elementi distintivi della presenza di Johnson & Johnson Innovative Medicine in Italia. Nel 2025, l’azienda ha condotto 127 studi clinici, coinvolgendo oltre 7.500 pazienti in centri di ricerca distribuiti sul territorio nazionale. Un’attività che consente ai pazienti di accedere precocemente all’innovazione, porta risorse e competenze al Ssn e rafforza l’attrattività dell’Italia per ricerca, innovazione e investimenti ad alto valore aggiunto. Ed è in questa prospettiva che salute e competitività diventano due dimensioni sempre più interconnesse: le competenze e gli investimenti che consentono di migliorare le cure sono anche quelli che alimentano lo sviluppo economico e sociale del Paese. Per continuare ad attrarli, è necessario poter contare su un quadro normativo e di policy stabile e prevedibile".  Lo stabilimento Johnson & Johnson di Latina "rappresenta un esempio concreto del legame tra presenza industriale, innovazione e competitività. Il sito occupa un ruolo centrale nella catena di fornitura globale dell’azienda ed è un hub globale per il lancio e la produzione di farmaci orali, destinati ad aree terapeutiche prioritarie come oncologia e immunologia. Ogni anno lo stabilimento produce oltre 4 miliardi di compresse, il 97% delle quali destinato ai mercati internazionali. Cinquant’anni dopo l’avvio della presenza di Johnson & Johnson in Italia – prosegue la nota – il sito continua a trasformarsi attraverso l’introduzione di tecnologie produttive avanzate e un percorso di evoluzione industriale sempre più orientato alla sostenibilità". Tra gli esempi più significativi vi è il continuous manufacturing, una tecnologia che rende la produzione più efficiente, flessibile e sostenibile, facendo dialogare innovazione di processo e innovazione terapeutica. Parallelamente, lo stabilimento ha avviato un percorso di decarbonizzazione che punta a raggiungere la carbon neutrality entro il 2030. "Abbiamo scelto di celebrare questo traguardo qui a Latina perché il nostro stabilimento è uno dei capitoli più significativi dei cinquant’anni di storia di Johnson & Johnson in Italia. Una storia costruita sulle persone, sulle competenze e su una cultura industriale cresciuta nel tempo insieme al territorio e alla comunità che ci ospita. Oggi Latina è un hub globale nella rete produttiva di Johnson & Johnson e, allo stesso tempo, un sito che continua a evolvere, attraverso nuove tecnologie e un percorso di decarbonizzazione destinato a farne un punto di riferimento per l’intera azienda. Vogliamo che questa storia continui a generare valore anche nei prossimi decenni: per le persone che lavorano qui, per il territorio, per il sistema industriale italiano e per i pazienti", ha evidenziato Barbara Sambuco, General manager, Johnson & Johnson Innovative Medicine Latina site. Il Forum – conclude la nota – ha affrontato alcune delle principali sfide che definiranno il futuro delle Life Sciences in Italia – dalla governance farmaceutica alla politica industriale della salute, fino all'equità di accesso all'innovazione – con lo sguardo rivolto ai prossimi decenni: mettere il Ssn nelle condizioni di accogliere un'innovazione sempre più avanzata e, allo stesso tempo, creare un contesto in cui le imprese possano continuare a fare ricerca, produrre e investire nel Paese. 
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