
All’alba lo Stretto sembra immobile. Ma sotto la superficie – tra 6 e 20 chilometri e poi ancora più giù, tra 40 e 80 – la crosta si tende, scivola, si riorganizza. È qui che un nuovo studio firmato da ricercatori di Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e Consiglio Nazionale delle Ricerche, pubblicato su Tectonophysics il 26 novembre 2025, ricostruisce in alta definizione la trama delle strutture attive tra Sicilia e Calabria.
Il risultato è netto: nessuna “faglia madre” isolata, ma un sistema interconnesso, un mosaico dinamico che si deforma ancora oggi. Oltre 2.400 terremoti registrati tra il 1990 e il 2019 sono stati rilocalizzati uno per uno, integrando sismologia, geofisica marina, meccanismi focali e mappe morfobatimetriche. Ne emerge un quadro più complesso – e più realistico – della sismogenesi nello Stretto.
Due livelli, due regimi
Nel livello superficiale (6–20 km) prevale l’estensione: la crosta si assottiglia e si riattivano faglie normali segmentate, disposte “en échelon”, corte e sfalsate. In profondità (40–80 km), al margine della lastra calabra in subduzione, compaiono segnali compressivi e deformazioni articolate. Tra questi domini si colloca una zona di transizione sismogenetica che spiega la persistenza di micro-eventi e la varietà dei meccanismi.
A sud, il sistema della Faglia Ionica; a nord, la Faglia di Capo Peloro. In mezzo, lo Stretto: un bacino di subsidenza in prossimità dell’area epicentrale del terremoto del 1908, modellato da segmenti che si immergono in direzioni opposte. Non un “colpo secco” lungo una linea unica, ma un reticolo che si attiva in modo asincrono e si compensa nel tempo.
Un contesto geodinamico che non ammette scorciatoie
Lo Stretto è frontiera tra la placca africana (in spinta verso nord) e quella eurasiatica; la subduzione calabra orchestra le tensioni profonde e alimenta la sismicità intermedia. Le scarpate e le dislocazioni nei sedimenti recenti documentano che la deformazione è attiva oggi. In un corridoio attraversato quotidianamente da flussi crescenti di persone e merci, il tema non è accademico: è infrastrutturale.
E il Ponte? Il confronto tecnico
Sul progetto del Ponte, la società Stretto di Messina S.p.A. ribadisce che le deformazioni lente tra le sponde, misurate con reti GNSS come la RING-INGV, sono inferiori a 1 mm/anno nei siti dei futuri piloni, valore “ampiamente considerato” nel progetto definitivo (2011) e nel suo aggiornamento (2024). La società sottolinea che la complessità dell’area è nota dagli anni ’80 e che la faglia proposta come sorgente del sisma del 1908 coincide con quella già presente nel database DISS dell’INGV e utilizzata come riferimento progettuale.
In una nota, la società afferma che il nuovo studio «non ha alcun impatto sul Progetto definitivo» e che, anzi, «rafforza con nuove osservazioni il quadro sismotettonico» che sarà incluso nel progetto esecutivo.
La posta in gioco
Il punto non è un derby ideologico. È metodologico. Se il rischio non è riconducibile a una singola sorgente ma a un sistema, allora la modellazione deve riflettere la spazializzazione delle sorgenti, gli scenari multi-segmento e gli spettri di risposta attesi lungo l’intero tracciato e nelle aree di imbocco.
La scienza non dice “sì” o “no” al ponte: chiede che il progetto parli il linguaggio aggiornato della geodinamica dello Stretto. In un’area dove la Terra non è mai davvero ferma, la precisione non è un dettaglio. È la condizione minima.