
Aveva 95 anni e una carriera che attraversa più di mezzo secolo di cinema americano. Con la morte di Robert Duvall, Hollywood perde uno dei suoi interpreti più rigorosi e meno appariscenti: un attore capace di stare un passo indietro rispetto ai divi e, proprio per questo, di dominarli.
Nato nel 1931, figlio di un ammiraglio della Marina statunitense, Duvall scelse la strada meno scontata: dopo aver servito come soldato semplice in Corea, rientrò negli Stati Uniti con un’unica certezza: recitare. Nell’inverno del 1955 si iscrisse alla Neighborhood Playhouse di New York. Per mantenersi lavorava alle poste, da Macy’s, perfino come camionista. Condivideva un appartamento malandato a Manhattan con due giovani attori destinati a diventare leggende: Dustin Hoffman e Gene Hackman.
Tre talenti straordinari, nessuno dei quali immaginava Hollywood. «Con quelle facce?», avrebbero scherzato anni dopo.
L’esordio e l’arte dell’underplaying
Il cinema arrivò nel 1962 con Il buio oltre la siepe, diretto da Robert Mulligan. Duvall interpretava Boo Radley, presenza quasi muta eppure decisiva. Accanto a Gregory Peck imparò la lezione che avrebbe fatto sua: la forza della sottrazione.
Duvall era maestro dell’underplaying, la recitazione sotto traccia. Tecnica sopraffina mai esibita. Nessuna smorfia superflua, nessun compiacimento. Il suo talento era nella misura.
Tom Hagen, il “basso” del Padrino
Nella saga de Il padrino di Francis Ford Coppola, Duvall è Tom Hagen, il consigliori della famiglia Corleone. Intorno a lui brillano Marlon Brando, Al Pacino e James Caan.
Ma senza Hagen l’architettura drammatica non reggerebbe. È il basso nella band: non fa l’assolo, ma tiene il ritmo morale del racconto. La sua compostezza, la sua lucidità, il suo sguardo sempre vigile fanno di lui il vero garante dell’equilibrio narrativo.
Kilgore e il napalm
Quando Coppola gli chiese di “alzare il volume” in Apocalypse Now, Duvall costruì uno dei personaggi più iconici del cinema: il colonnello Kilgore.
«Mi piace l’odore del napalm al mattino» – una battuta pronunciata con naturalezza quasi burocratica, mentre la guerra esplode intorno. La scena degli elicotteri sulle note di Wagner è entrata nell’immaginario collettivo. Eppure anche nella follia, Duvall resta umano, credibile, terribilmente reale.
L’Oscar e la televisione
Nel 1983 vinse l’Oscar per Tender Mercies, dove interpretava un cantante country disilluso. Sei candidature complessive, quattro Golden Globe, due Emmy.
Amava profondamente la televisione. Considerava tra i suoi lavori migliori la miniserie Lonesome Dove e il film tv Broken Trail di Walter Hill. Western crepuscolari, epici e intimi insieme.
Con Robert De Niro diede vita a un memorabile duello attoriale in L’assoluzione di Ulu Grosbard. E da regista firmò cinque film, tra cui L’apostolo, che gli valse un’ulteriore candidatura all’Oscar.
L’uomo oltre il set
Sposato con l’attrice argentina Luciana Pedraza, parlava perfettamente spagnolo e amava l’America Latina, il tango e il calcio. Tifava per l’Argentina di Diego Armando Maradona e Lionel Messi.
Discendente del generale sudista Robert E. Lee, era un convinto repubblicano. Ma sullo schermo le sue idee non pesavano: pesava il mestiere.
Il gigante silenzioso
Robert Duvall non ha mai avuto il carisma esibito dei divi. Non cercava la luce, la governava. In un’epoca che premia l’eccesso, lui ha incarnato la sottrazione.
Era il tipo di attore che non “ruba la scena”, la rende necessaria. E proprio per questo, spesso, la dominava.
Con la sua scomparsa se ne va un pezzo dell’America migliore: quella che parla poco, lavora molto e lascia un segno profondo senza bisogno di alzare la voce.