• 4 Marzo 2026

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Referendum giustizia, il Paese sospeso tra Sì e No: decide l’affluenza, decide l’incertezza

Feb 16, 2026

C’è un’Italia che sa. Un’Italia che non sa. E poi c’è un’Italia che potrebbe decidere tutto restando a casa.

Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, quello che introduce la separazione delle carriere dei magistrati e ridisegna gli equilibri tra poteri dello Stato, non è soltanto una consultazione tecnica. È una partita politica e istituzionale che si gioca su un filo sottilissimo. E i numeri del sondaggio Ipsos-Doxa per il Corriere della Sera lo dimostrano con una chiarezza quasi inquietante.

Informazione fragile, consapevolezza a metà

Solo il 10% degli italiani si dichiara “molto” informato sui contenuti della riforma. Il 36% “abbastanza”. Ma un robusto 54% ammette di sapere poco o nulla.

È un dato cruciale. Perché si voterà senza quorum: qualunque sia il numero dei votanti, il risultato sarà valido. E questo significa che non conterà quanto il Paese è coinvolto. Conterà chi andrà alle urne.

Importante? Sì. Ma non per tutti

Il 38% considera il referendum di “importanza elevata” per il Paese, mentre il 24% lo ritiene di scarsa o nulla rilevanza. Un altro 16% non sa esprimersi.

Tradotto: non è una consultazione percepita come epocale dalla maggioranza assoluta degli italiani. È una riforma che divide più le élite politiche che l’opinione pubblica.

Il grande muro degli indecisi

Quando agli intervistati vengono sottoposte le argomentazioni del Sì e del No, emerge un dato impressionante: quasi la metà non si riconosce in nessuna delle due posizioni.

   Il 48% non sceglie tra “ristabilisce l’equilibrio dei poteri” e “rompe l’equilibrio indebolendo la magistratura”.

   Il 46% non si schiera tra chi parla di “modernizzazione” e chi di “riforma inutile”   

   Il 48% non prende posizione sul nodo del sorteggio nel CSM  

   Il 51% resta neutrale sul tema dell’autonomia della magistratura

È un referendum che ancora non ha scaldato il cuore del Paese. E dove c’è neutralità, c’è volatilità.

La vera variabile: l’affluenza

Qui si entra nel cuore della suspense.

Nello scenario con affluenza al 42%, il No sarebbe avanti di misura: 50,6% contro 49,4%   

Ma se l’affluenza salisse al 46%, il Sì passerebbe in testa con il 51,5%  

E con un’affluenza al 52%, il Sì arriverebbe al 53,7%  

Una forbice strettissima. Pochi punti percentuali di partecipazione possono ribaltare l’esito. È un referendum che non si gioca solo sul consenso. Si gioca sulla mobilitazione.

Blocchi politici contrapposti

Il Sì è plebiscitario tra gli elettori di centrodestra (oltre il 95% tra FdI, FI e Lega-FN nello scenario base).

Il No domina tra gli elettori del PD (90%) e del M5S (76%).

È una frattura quasi speculare. Ma non è detto che gli elettori si comportino in massa come dichiarano oggi. Perché il vero bacino decisivo è altrove: tra gli indecisi e tra chi oggi dice che probabilmente non andrà a votare.

E alla fine chi vincerà?

Qui il sondaggio svela un altro elemento destabilizzante.

Solo il 29% degli italiani pensa che vincerà il Sì.

Il 19% prevede la vittoria del No.

Il 52% non sa.

Più della metà del Paese non riesce a immaginare l’esito.

È il segno di una consultazione che non ha ancora un vento dominante. Di una riforma che può essere confermata o respinta per pochi decimali. Di un risultato che potrebbe cambiare il volto dell’assetto giudiziario italiano per decenni.

Il punto politico

Non c’è quorum. Non c’è seconda possibilità. Non c’è appello.

Il 22 e 23 marzo non si misurerà soltanto il rapporto tra magistratura e politica. Si misurerà la capacità dei partiti di portare il proprio elettorato alle urne. Si misurerà la forza della narrativa. Si misurerà la fiducia – o la sfiducia – nel sistema giudiziario.

Oggi il Paese è sospeso. Diviso in blocchi politici compatti ma circondato da un oceano di incertezza. E in quel mare, può accadere di tutto.