
Moioli, fenice di bronzo: «Devastata, ma non muoio mai»
Una fenice di bronzo. Con il volto segnato e la medaglia al collo, pesante come un destino compiuto. Michela Moioli a Milano Cortina non ha soltanto conquistato un terzo posto nello snowboard cross: ha chiuso un cerchio, ha dato forma alla sua personale epopea olimpica.
«Ero devastata», confessa. E non è una figura retorica. Due giorni prima della gara, una caduta violenta in allenamento: faccia nella neve, quattro ore in ospedale, esami, dubbi, paura. Il volto racconta tutto: un bernoccolo che il fondotinta non riesce a nascondere, un taglio tra sopracciglio e naso, un ematoma sul mento. Segni di guerra, in quello che è l’unico vero sport di contatto sulla neve.
Poi la scelta: presentarsi al cancelletto. Scendere senza paura.
La filosofia del “mola mia”
Moioli non è nuova alle risalite. «Io non muoio mai. Tocco il fondo e mi rialzo. Risorgo dalle mie ceneri come una Fenice, ma mi porto indietro le bruciature delle fiamme». Parole che sembrano uscite da un manga, come “Saint Seiya”, dove il cavaliere della Fenice rinasce dopo ogni battaglia. Ma qui non c’è finzione: c’è ghiaccio, c’è sangue, c’è pressione.
Il direttore tecnico Pisoni la guarda e scuote la testa con ammirazione: «Ha la faccia che sembra una groviera, ma riesce sempre a stupirci. È stata la numero uno».
E in effetti, Moioli ha messo al collo tutti i colori delle Olimpiadi in tre edizioni consecutive: oro, argento, bronzo. Una collezione completa che la accomuna ad altre due fuoriclasse italiane come Sofia Goggia e Federica Brignone. Un trio di sorelle d’Italia, simbolo di resilienza e talento.
Una medaglia “epica”
«Ogni medaglia ha la sua storia e questa è sicuramente un’Olimpiade particolare. C’era tanta pressione. L’ho sudata e ve l’ho fatta sudare».
In finale ha pagato una partenza imperfetta: un secondo perso dopo due curve, come già accaduto in semifinale. In una disciplina dove si viaggia a oltre 70 all’ora e i contatti sono all’ordine del giorno, un attimo vale un metallo diverso. Forse più pregiato.
Ma il bronzo, stavolta, è “epico”. È la medaglia di chi si rialza dal lettino dell’ospedale e torna in pista. È la medaglia baciata di venerdì 13: «Per una volta ha portato bene». È la medaglia di casa, dopo aver baciato la neve italiana e abbracciato l’australiana Josie Baff, nuova regina dello snowboard cross. Sul podio tre campionesse olimpiche. Non un dettaglio.
Il tempo delle riflessioni
A 30 anni, dopo quattro Olimpiadi, si affaccia un pensiero nuovo. «Negli ultimi sette anni ho vissuto per questa Olimpiade. Amo ancora questo sport, forse più di prima, ma voglio tirare un po’ il fiato».
C’è anche voglia di famiglia. Lo sguardo si posa su Eva Adamczyková, argento appena un anno dopo la nascita del figlio. «È un grande esempio per tutte noi. Non so se riuscirei a diventare madre e poi tornare a gareggiare». «Sicuro», le risponde la ceca. La storia recente dimostra che si può.
Intanto la medaglia pesa. «Pesa», ripete toccandola. È il peso dei sacrifici, degli infortuni, delle pressioni. È il peso di chi ha smesso di credere e poi ha ricominciato grazie alla famiglia e allo staff: «Se non ci fossero stati loro, non sarei nemmeno partita».
Il cerchio si è chiuso. Ma la Fenice, per definizione, non smette mai di bruciare.
E l’Italia, stavolta, ha imparato ancora una volta che le sue campionesse non si arrendono. Mai.