• 7 Aprile 2026

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‘Ndrangheta e affari, colpo da 20 milioni: confisca definitiva a imprenditori reggini

Mar 30, 2026 #cronaca

Un sistema articolato, radicato nel tessuto economico e capace di infiltrarsi nei grandi lavori edilizi della città. È questo il quadro che emerge dall’operazione condotta dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria, che ha portato alla confisca definitiva di beni per oltre 20 milioni di euro nei confronti di imprenditori ritenuti legati alla ‘ndrangheta. 

Il provvedimento, disposto dalla Corte di Appello presso il Tribunale di Reggio Calabria, rappresenta l’epilogo giudiziario di un’indagine complessa sviluppata dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, nell’ambito della nota operazione “Araba Fenice”, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia. 

Al centro dell’inchiesta un vero e proprio “cartello criminale”, composto da esponenti di primo piano delle cosche CHIRICO, MUSOLINO, FICARA-LATELLA, ROSMINI, FONTANA-SARACENO, FICAREDDI e CONDELLO, attivo nella gestione e spartizione dei lavori di completamento di numerosi edifici nella zona sud di Reggio Calabria. 

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’obiettivo era chiaro: garantire una “equa distribuzione mafiosa” degli appalti, estromettendo le imprese sane e favorendo quelle riconducibili alle famiglie di ‘ndrangheta, così da generare profitti illeciti e consolidare il controllo economico sul territorio. 

Figura chiave del sistema un imprenditore reggino, poi divenuto collaboratore di giustizia, che avrebbe svolto un ruolo di regia nella gestione degli appalti e nella mediazione tra le cosche. Era lui, secondo gli inquirenti, a partecipare ai summit decisionali e ad assegnare i lavori, attraverso una rete di società e intestazioni fittizie. 

Il meccanismo si reggeva anche su una sofisticata architettura contabile: fatture per operazioni inesistenti, movimentazioni fittizie e una gestione parallela delle imprese permettevano di mantenere una parvenza di legalità e continuare a operare sul mercato. 

La confisca ha riguardato un patrimonio ampio e diversificato: due ditte individuali, tre società di persone, quote di una società di capitali, sei immobili, un’autovettura, oltre 53 mila euro in contanti e otto orologi di lusso. 

Un colpo duro, dunque, non solo sul piano repressivo ma anche su quello economico, che mira a smantellare le basi finanziarie delle organizzazioni criminali e a restituire legalità a settori strategici come quello edilizio. In Calabria, la partita contro le infiltrazioni mafiose nell’economia reale si gioca sempre più sul terreno dei patrimoni: ed è qui che lo Stato prova a vincere.