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‘Ndrangheta, affari dal carcere: cellulari clandestini e ordini alle cosche. In 46 verso il processo

Apr 3, 2026 #cronaca

L’inchiesta della DDA di Catanzaro svela un sistema inquietante: detenuti ancora operativi, collegamenti in tutta Italia e una rete criminale che non si ferma neanche dietro le sbarre

La ‘ndrangheta non si ferma in carcere. Non si spegne. Non arretra. Si trasforma, si adatta e continua a operare, anche da dietro le sbarre.

È uno scenario inquietante quello che emerge dall’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio per 46 persone, ritenute a vario titolo coinvolte in un sistema criminale capace di mantenere vivi i collegamenti tra detenuti e cosche operative sul territorio.  

Il cuore dell’indagine è proprio questo: boss e affiliati che, pur reclusi, continuavano a comunicare con l’esterno utilizzando cellulari e schede SIM introdotti illegalmente negli istituti penitenziari. Un filo invisibile, ma potentissimo, capace di tenere insieme carcere e territorio, ordini e affari, intimidazioni ed estorsioni.  

Le indagini, condotte dalla Guardia di Finanza tra Catanzaro e Vibo Valentia, rappresentano l’evoluzione di un’operazione già scattata nell’aprile 2025 contro una ‘ndrina attiva nel Vibonese, in particolare nell’area di Tropea, dove il racket delle estorsioni colpiva imprenditori lungo tutta la fascia tirrenica.  

Ma è nella fase successiva che emerge il dato più allarmante. Gli investigatori intercettano conversazioni, tracciano contatti, ricostruiscono una rete parallela di comunicazioni che attraversa più carceri italiane: Siracusa, Vibo Valentia, Secondigliano, Terni, Avellino.

Un sistema diffuso, organizzato, capace di superare le barriere fisiche della detenzione. Un carcere che, in alcuni casi, diventa base operativa.  

Non solo Sud. L’inchiesta allarga il raggio d’azione fino al Nord, coinvolgendo indagati tra Milano, Torino e Bologna. Segno evidente di una ‘ndrangheta sempre più nazionale, radicata e capace di muoversi lungo l’intero Paese senza soluzione di continuità.  

Sul fronte giudiziario, la Procura incassa anche un passaggio chiave: la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso degli inquirenti, ripristinando quattro misure cautelari che erano state annullate dal Riesame. Un segnale forte sulla tenuta dell’impianto accusatorio.  

Ora la partita si sposta in aula. Per tutti i 46 indagati è stata formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio: sarà il processo a stabilire responsabilità e ruoli in un’inchiesta che fotografa una delle evoluzioni più pericolose della criminalità organizzata.

Perché il dato che resta è uno solo, ed è pesantissimo: la ‘ndrangheta, anche quando viene colpita, trova il modo di continuare a parlare, decidere, comandare. Anche dal carcere.