• 4 Marzo 2026

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I vescovi calabresi: «Ai migranti morti sulle nostre spiagge non si può rispondere con il silenzio»

Feb 22, 2026 #cronaca

Un salvagente arancione tra le onde grigie del Tirreno. Un segno di vita diventato simbolo di una tragedia. È da quell’immagine che parte il duro e accorato intervento dei vescovi della Conferenza Episcopale Calabra, dopo il ritrovamento sulle coste calabresi e siciliane di almeno quindici corpi di migranti, restituiti dal mare in seguito ai naufragi “silenziosi” provocati dal ciclone Harry.

«Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva senza considerare chi muore. Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio», affermano i presuli calabresi in una nota che intreccia dolore, responsabilità morale e richiesta di scelte politiche concrete.

Il simbolo di una stagione

Il riferimento è al comandante della Guardia costiera di Tropea che, tra le onde, ha riconosciuto prima un salvagente arancione e solo dopo ha compreso che attorno a quel galleggiante c’era ancora un uomo. O quel che ne restava.

«Quella macchia di colore nel grigio del Tirreno – scrivono i vescovi – è diventata per noi il simbolo di questa stagione: una vita che aveva cercato di salvarsi, e non ce l’aveva fatta».

Non un episodio isolato, ma l’ennesimo capitolo di una crisi strutturale. I vescovi citano i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, secondo cui nel 2026 le vittime sono triplicate: 452 morti nel solo mese di gennaio contro i 93 registrati nello stesso periodo del 2025. Meno arrivi, più morti. Una proporzione che interroga non solo le politiche di controllo delle frontiere, ma l’intero impianto europeo di gestione dei flussi migratori.

«Il silenzio diventa complicità»

«Noi non possiamo tacere», proseguono i vescovi. «Lo diciamo con il dolore di pastori che riconoscono in quei corpi anonimi la dignità inviolabile di ogni essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio. Lo diciamo con la fermezza di chi sa che il silenzio, in certi momenti, diventa complicità».

L’appello non si limita alla dimensione spirituale. Ai fedeli viene chiesto di non abituarsi, di non trasformare il ritrovamento di un altro corpo in una notizia ordinaria. «Il comandante si è gettato tra le onde per recuperare quel che restava di un uomo. Vogliamo che la nostra Chiesa sia capace della stessa umanità».

Un richiamo che si traduce in un invito a «pregare per alimentare la speranza, vincere l’indifferenza e aprire spazi di accoglienza prima di tutto nella mente e nel cuore».

Corridoi umanitari e responsabilità istituzionali

Il documento si chiude con una richiesta precisa alle istituzioni italiane ed europee: aprire corridoi umanitari sicuri per chi fugge da guerre, persecuzioni e miseria.

«Chiediamo che si smetta di misurare il successo di una politica migratoria contando solo chi arriva. Chiediamo che le procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani ricevano ogni risorsa necessaria per dare un nome a chi è stato restituito dal mare e per accertare le responsabilità».

Un appello che richiama la “migliore tradizione di civiltà” dell’Italia e dell’Europa, fondata – sottolineano i presuli – sulla sacralità della persona e sulla tutela dei più fragili.

In una Calabria che troppe volte è stata frontiera di approdi e tragedie, la voce della Chiesa regionale si leva con forza. Non per entrare nel merito delle contese politiche, ma per riaffermare un principio: la dignità umana non può essere negoziata né archiviata tra le statistiche.

Il mare continua a restituire corpi. La domanda dei vescovi è semplice e radicale: chi restituisce umanità a quei nomi che ancora non conosciamo?