• 4 Marzo 2026

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Cosenza, periti: «Rosa Vespa capace di intendere e di volere al momento del rapimento»

Feb 23, 2026 #cronaca

Udienza preliminare intensa oggi davanti al gup del Tribunale di Cosenza, Letizia Benigno, nel procedimento a carico di Rosa Vespa, la 52enne cosentina accusata di aver rapito una neonata di appena un giorno da una clinica privata cittadina.

I periti nominati dal giudice hanno confermato integralmente le conclusioni della consulenza psichiatrica depositata nei mesi scorsi: al momento del fatto, il 21 gennaio 2025, l’imputata era capace di intendere e di volere.

Un passaggio centrale nell’economia processuale, soprattutto in relazione alla scelta del rito abbreviato, subordinata proprio all’accertamento sulle condizioni psichiche dell’imputata.

Il quadro peritale

La consulenza, articolata in oltre cento pagine, riconosce la presenza di criticità personali e fragilità psicologiche, ma esclude che queste abbiano inciso sulla capacità di autodeterminazione al momento del rapimento.

«Non si dice che Rosa sia una persona equilibrata – aveva spiegato in precedenza l’avvocata Teresa Gallucci – ma si evidenziano diverse problematiche. Tuttavia, secondo i periti, al momento del fatto era pienamente consapevole delle proprie azioni». Una conclusione che la difesa ha definito in contrasto con la propria perizia di parte.

Nel corso dell’udienza odierna, gli specialisti hanno ribadito tale valutazione, aggiungendo però un elemento rilevante: le attuali condizioni psico-fisiche dell’imputata renderebbero necessario un programma terapeutico-riabilitativo in una struttura specializzata per un periodo stimato tra i quattro e i cinque anni.

La ricostruzione dei fatti

Il procedimento ruota attorno a quanto accaduto il 21 gennaio 2025 nella clinica privata Clinica Sacro Cuore di Cosenza.

Secondo la ricostruzione della Squadra Mobile, Rosa Vespa avrebbe simulato una gravidanza per circa nove mesi, approfittando della propria corporatura robusta. Avrebbe quindi raccontato ai familiari di essere andata a partorire da sola, sostenendo che il neonato – chiamato “Ansel” – fosse affetto da Covid e che per questo non potesse essere mostrato.

Nei giorni precedenti il rapimento, la donna avrebbe soggiornato presso l’Hotel Royal, inviando selfie nella chat familiare per avvalorare la messinscena.

La sera del 21 gennaio si fece accompagnare in clinica dal marito, Moses Omogo, 44 anni, la cui posizione – secondo quanto emerso – sarebbe prossima all’archiviazione. Spacciandosi per un’infermiera, riuscì ad avvicinarsi alla madre della piccola Sofia e alla nonna, presenti in stanza, portando via la neonata.

Le immagini di videosorveglianza, interne ed esterne alla struttura, ripresero la donna e il marito mentre si allontanavano a bordo dell’auto intestata a Omogo. Elemento che consentì agli investigatori di identificarli e rintracciarli in tempi rapidi.

All’arrivo della polizia nell’abitazione della coppia, la scena che si presentò agli agenti fu quella di una festa familiare per l’arrivo del presunto neonato: la piccola Sofia era stata vestita con una tutina azzurra e presentata ai parenti come “Ansel”.

Le contestazioni e le parti

La Procura di Cosenza contesta a Rosa Vespa il reato di sequestro di persona aggravato dall’aver agito in un luogo sensibile, quale una struttura sanitaria. Il pubblico ministero è Antonio Bruno Tridico.

La donna è difesa dagli avvocati Gianluca Garritano e Teresa Gallucci, mentre le parti civili sono rappresentate dagli avvocati Paolo Pisani, Chiara Penna, Natasha Gardi e Giorgio Loccisano.

La prossima udienza è fissata per il 25 marzo: sono previste la requisitoria del pubblico ministero, le discussioni delle parti e la sentenza.

Un processo che intreccia diritto penale e psichiatria forense e che, alla luce delle conclusioni peritali, si avvia ora verso la fase decisiva, con un punto fermo: per gli esperti nominati dal giudice, al momento del rapimento la donna era pienamente consapevole delle proprie azioni.